Ogni ingiustizia ci riguarda personalmente.

Il 10 Dicembre 2020 è stata la Giornata Mondiale dei Diritti Umani e ci siamo chiesti: cosa potrebbe fare ArEUradio per porre l’attenzione su questa ricorrenza, affinché non sia solo un promemoria nel calendario?

Abbiamo deciso di dare voce al gruppo Amnesty di Sassari, attraverso un’intervista a Roberta Passaghe, una tipa “tosta” e “studiata” che ci accompagnerà nel mondo dei Diritti Umani.

  1. Cosa fa Amnesty, perché esiste e in che modo agisce?

Amnesty International salva vite umane.

È una prima, chiara idea che è importante tenere a mente. In ragione di questo che Amnesty si muove concretamente: intervenire in situazioni di violazione dei diritti umani attraverso campagne di sensibilizzazione e mobilitazione, raccolta firme, manifestazioni e pressione sulle istituzioni

La presenza e l’azione di Amnesty sono necessarie: non è sufficiente l’esistenza di una Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e delle varie convenzioni affinché questi vengano tutelati e rispettati. Amnesty, per questo, lavora ampiamente sull’aspetto educativo, ossia sulla diffusione della conoscenza su cosa e quali siano i diritti umani: per riconoscere un abuso, un sopruso, bisogna innanzitutto capire di cosa stiamo parlando.

Tutti ci siamo imbattuti almeno una volta nelle campagne di Amnesty: gli appelli che lancia, la raccolta firme e le azioni in generale sono sempre frutto di un accurato processo di analisi dei dati, delle circostanze e delle parti chiamate in causa, e nessun comunicato o iniziativa viene lanciata senza prima un raffronto con le circoscrizioni di riferimento o della sede centrale (a seconda della portata dell’azione). Tutte le attività e i risultati che da queste derivano sono documentati sul sito ufficiale.

2. Si pensa che la violazione dei Diritti Umani sia qualcosa di distante da noi e dal mondo civilizzato e sviluppato; eppure nel cuore dell’Europa, Polonia e Ungheria si stanno muovendo proprio verso la violazione. Qual è la posizione dell’associazione rispetto alla situazione in Polonia e Ungheria e quali azioni sta intraprendendo?

Amnesty ha una posizione ben precisa in merito a quanto sta accadendo in Polonia e in Ungheria, due situazioni che a livello mediatico stanno riscuotendo grande risonanza e che ci aiutano a comprendere cosa si intenda concretamente per violazione dei diritti umani. Questo non vuol dire che Amnesty interviene solo dove c’è forte risonanza mediatica: la sua azione è altrettanto consistente anche dove, per varie ragioni, l’eco mediatica è inferiore.

Con questo cosa voglio dire esattamente?

Dare rilevanza a una causa è sempre fondamentale perché può essere un mezzo, per molti, per conoscere un mondo più vasto e complesso, che è quello della tutela dei diritti umani e delle persone per cui sono necessari aiuto e interventi: non è affatto un caso se uno dei motti di Amnesty ci ricorda che ogni ingiustizia ci riguarda personalmente.

In merito alla Polonia, il primo punto di azione è stata la documentazione accurata di quanto sta avvenendo: l’uso eccessivo della forza da parte delle autorità sui manifestanti, le implicazioni che le limitazioni sull’aborto comportano, la persecuzione e la discriminazione sistematica dei gruppi Lgbtq+, le politiche omo-transfobiche e la propaganda anti migranti e rifugiati. In ragione di questo, Nils Muiznieks, direttore di Amnesty International per l’Europa, ha dichiarato l’intento di Amnesty di proseguire con appelli, campagne e pressioni al fine di contrastare le azioni discriminatorie e persecutorie (clicca qui per il link in italiano con le dichiarazioni di Muiznieks). Altrettanto rilevante, per chi volesse comprendere meglio la situazione, è il Rapporto 2019-2020: “Un periodo di straordinario attivismo e intensa repressione” ( clicca qui per leggerlo).

Per l’Ungheria il discorso non cambia di molto, il resoconto di Amnesty si concentra non solo sui pericoli sempre più pressanti che rappresenta un governo di estrema destra per i diritti umani, ma soprattutto sulle ostilità che quest’ultimo ha manifestato nei confronti delle Ong – Organizzazioni Non Governative- che da sempre operano per la tutela e la salvaguardia dell’individuo nella sua integrità. Nel concreto, l’Ungheria ha imposto delle forti restrizioni alle attività e ai finanziamenti alle Ong e, nel novembre 2019, ha promosso una censura di stato contro le attività di Amnesty International e Human Rights Watch. Molto acceso è stato l’intervento di Amnesty sulla detenzione illegale dei richiedenti asilo, sul divieto di riconoscimento giuridico del genere per le persone transgender e sul rifiuto da parte dell’Ungheria di ratificare la Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne.

Alla luce di quanto detto fino qui, mi metto nei panni di un ipotetico lettore, di un’ipotetica lettrice, che magari vede frustrata la sua ricerca di risposte, ossia che, in poche parole, si chiede ancora cosa faccia concretamente Amnesty per contrastare le situazioni di cui abbiamo parlato.

Non è immediato da comprendere, forse, ma la permanenza e l’insistenza di Amnesty sono già di per sé delle azioni concrete: non bisogna sottovalutare il potere di un appello (quando è attendibile e emanato da organizzazioni accreditate, credibili, riconosciute) e di una campagna informativa, né bisogna sminuirne l’impatto sul lungo termine: è la creazione di consapevolezza, infatti, il modo migliore per tutelare i diritti, ed è questa cognizione di causa che porta poi all’attivismo, all’impegno e alle azioni concrete (di protesta, di informazione, di pressione sulle istituzioni). Per quanto retorico possa apparire, l’azione più potente di Amnesty è, intanto, la sua stessa presenza.

3. Adesso, attraverso la tua esperienza, aiutaci a capire chi è un volontario Amnesty e cosa voglia dire esserlo per un* giovane del territorio sassarese

Io sono una cittadina, ed è in ragione di questo che ho sentito l’esigenza di approfondire la mia conoscenza in materia di diritti umani, argomento su cui naturalmente c’è molto da imparare. Durante gli anni della formazione universitaria e professionale (ho studiato Lettere e sono un’insegnante della scuola secondaria di II grado) mi sono imbattuta in maniera più consistente nel concetto di “cittadinanza” e non riesco a restare indifferente rispetto a ciò che questo comporta.

Nello specifico, mi sembra che il discorso sui diritti umani sia parte della nostra quotidianità molto più di quanto non appaia.

Per quotidianità intendo quella giornaliera, nostra, sassarese, non necessariamente quella internazionale con cui ci interfacciamo virtualmente attraverso il web. Spesso siamo vittime del pregiudizio per cui sembra che detenzioni preventive discutibili, aperte violazioni dei diritti umani riguardino sempre realtà disastrate e lontane da noi. Proprio per questo si devono intraprendere azioni di informazione, educazione e divulgazione che investano il nostro ambiente di appartenenza e che da questo si diffondano. In maniera particolare, ho avuto l’impressione che un’educazione al rispetto, alla cultura del consenso, alla necessità di un sistema educativo capillare sia ancora in fase di costruzione e che i progressi stiano un po’ tardando a manifestarsi.

Una delle ragioni per cui mi sono avvicinata ad Amnesty è stato il caso Regeni: in quegli anni ero all’Università e il primo pensiero che ho avuto è stato “Questa è una cosa che può succedere a chiunque di noi, a chiunque decida di fare un percorso di studi all’Estero! Per fortuna ci sono associazioni come Amnesty che danno risonanza a eventi del genere”

Grazie a una cara collega che mi ha permesso di conoscerne da vicino Amnesty, ho deciso di “attivarmi” con questa organizzazione. Mi sono avvicinata al mondo di Amnesty inizialmente come spettatrice, se così si può dire, e ho avuto modo di conoscerne le iniziative nella realtà sassarese, le persone che costituiscono il gruppo e le attività che vengono portate avanti. È un momento, quello delle riunioni o degli incontri, estremamente edificante, costruttivo, in cui non solo c’è un apprendimento attivo in materia di diritti ma una puntuale ricognizione della realtà a noi vicina e delle strategie di intervento (che, come ormai è scaturito, sono tendenzialmente di natura educativa).

4. Il diritto a cui non rinunceresti?

Non è semplicissimo rispondere a questa domanda, la tentazione è naturalmente quella di dire che tutti i diritti sono indispensabili e interconnessi (e così è) ma capisco anche il senso della richiesta.

Un diritto a cui non rinuncerei è certamente quello all’educazione.

Come abbiamo già avuto modo di dire, il percorso di crescita di un individuo passa, innanzitutto, dal suo percorso educativo che non è banalmente il percorso scolastico obbligatorio, ma tutto ciò che attorno a questo diritto gravita. Partiamo, intanto, col ribadire che educazione e istruzione sono dei diritti e che averne reale consapevolezza ci mette nella posizione di poterli esercitare a pieno; è differente, infatti, l’approccio che abbiamo verso l’educazione quando la percepiamo come un bisogno, una necessità a cui abbiamo il diritto di sopperire sia come fruitori, sia come veicoli per gli altri. Il nostro atteggiamento cambia ed è forse anche naturale, a quel punto, sentire il desiderio di fare qualcosa di concreto per la realtà circostante, vedere chiaramente quale sia la portata e l’impatto di un’azione educativa capillare.

Amnesty promuove progetti educativi di vario livello che hanno sempre come scopo la comprensione della propria realtà a partire dal nostro ruolo attivo all’interno di questa: cosa è importante sapere, cosa possiamo fare, su cosa è opportuno lavorare.

Un esempio che ci tengo a fare è legato alla campagna “Io lo chiedo” (clicca qui per avere maggiori info) che riguarda i diritti sessuali e riproduttivi e ha due scopi principali: sul breve termine, chiede “al Ministro della Giustizia la revisione dell’articolo 609-bis del codice penale, in linea con gli impegni presi nel 2013, affinché qualsiasi atto sessuale non consensuale sia punibile”, sul lungo termine, invece, mira alla diffusione, l’educazione e la promozione di una appropriata cultura del consenso. È ampiamente rappresentativa dell’idea che gli individui consapevoli (di cosa sia il consenso, della sua importanza nelle relazioni interpersonali e, trasversalmente, in quelle sessuali) siano in grado di comprendere sia il proprio diritto ad accordare o negare consenso, sia l’inviolabilità della libertà altrui. Credo che questa campagna mostri molto bene l’idea di educazione come diritto e come veicolo per raggiungere condizioni di vita migliori.

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